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Fuorisalone. il tempo, la luce, il design

Fuorisalone. il tempo, la luce, il design

 

Fuorisalone. il tempo, la luce e il design

E’ il tempo la parola chiave dell’ultima settimana milanese del Fuorisalone alla Casa della Luce in via Ventura 5. E non lo scrivo per giustificare il colpevole ritardo con il quale mi accingo a raccontarvi la mia visita dello scorso 10 aprile.

Lo scrivo invece perché, rileggendo gli appunti presi durante la lunga chiacchierata con Tobia Catellani, figlio di Enzo, la parola tempo mi balena agli occhi ben più di una volta e non si trattiene dall’invadere anche le righe – frettolose, a penna blu – dedicate a Andrea Dotto e al suo marchio Purho.

Ma andiamo per ordine.

Vi raccontavo, qualche post fa, di essere arrivata a Lambrate dopo un breve viaggio iniziato a Porta Genova e vissuto – trolley rosso del Salone alla mano – sulla linea verde della metropolitana.

Qualche centinaio di metri a piedi – in un caldo estivo insolito per una Milano d’aprile – la svolta in via Ventura e l’arrivo, infine, al civico 5.

Fuorisalone. il tempo, la luce e il design

due appuntamenti alla Design Week

Entro in un giardino, in cui il cemento e il metallo delle superfici e dei volumi sono frantumati dalla luce del sole, dalle foglie e dai corpi in movimento. Alcuni salgono le scale per la Casa; chissà se sanno cosa li aspetta.

Io, quest’anno, sì. Ho studiato, più della volta scorsa, e per di più ho due appuntamenti – fissati a suon di botta e risposta tra telefonate e SMS – con Tobia e Andrea, entrambi disponibili e gentilissimi.

Ci siamo infatti tenuti aggiornati, nel corso della giornata, su possibili ritardi e cambiamenti di programma (inevitabili nella congestione della Design Week) e devo dire – senza poter evitare un briciolo di vena polemica – che questa cortesia non è comunemente riservata alla categoria del design blogger, professionista di serie B che – si narra – produce stampa di scarso valore.

E invece, per me, tutto fila liscio; anzi. Vengo accompagnata, attraversando ambienti e atmosfere, salendo alcuni gradini, in uno spazio tranquillo dove ho la possibilità di ascoltare racconti e, se voglio, di porgere domande.

Fuorisalone. il tempo, la luce e il design

il tempo che serve

Inizio con Tobia Catellani, sorridente e competente in modo non commisurato alla sua giovanissima età (preferisco non svelarvela; ha troppi anni meno di me e sarebbe controproducente per la mia immagine).

Mi parla con entusiasmo del papà Enzo e de Il tempo che serve, breve video – racconto (che guardo ora, poco prima di scrivere queste righe, ancora una volta emozionandomi) dello spazio poetico di un’officina da fabbro che, venticinque anni fa, si mette a creare lampade.

Le sue parole mi regalano così tanti spunti di riflessione – oltre che coinvolgimento emotivo – che penso farò davvero fatica a concentrarli qui, in queste poche righe.

Il primo, senz’altro, riguarda il tempo che – vi dicevo – è il leitmotiv della Casa della Luce 2014. Enzo afferma che per fare una lampada fatta bene, ci vuole il tempo che serve per fare una lampada fatta bene.

Sono le mani dell’artigiano e, ancor prima, lo scorrere e il concentrarsi del suo pensiero intorno all’oggetto (ai suoi materiali, alle sue forme) a determinare quanto ci vuole perché sia pronto.

Fuorisalone. il tempo, la luce e il design

Partecipa al processo – che evolve dal progetto fino alla lampada finita – anche lo spazio del lavoro. Enzo lo ha ritagliato all’interno di vecchie mura; lo inonda della luce naturale che penetra attraverso ampie vetrate e lo veste del verde della natura che lo circonda.

La sterile e acritica applicazione delle prescrizioni normative sulla salute e la sicurezza dei luoghi di lavoro sono, da Catellani a Villa al Serio, quanto di più lontano da questa vibrante e partecipata realtà produttiva nella quale, con un misto di incredulità e commozione, Enzo si accorge di aver instillato un’anima.

Continuo la mia chiacchierata con Tobia, condita, a tratti, da qualche battuta e molti sorrisi. Tiro fuori la questione della No Name dell’anno scorso che, nel frattempo, pare abbia trovato un nome: Giulietta.

Ora ha un foro circolare (prima era un pieno circondato da una raggiera) ed è leggerissima, elegante e discreta. Per mantenersi al passo con i tempi, poi, si è pure prestata a musa ispiratrice di un ulteriore passo innovativo: la versione For You (che attualmente è solo un prototipo) che gode della libertà del wireless, dell’assenza dell’interruttore e del dispositivo trasmettitore con sensore di prossimità.

Difficile capire come funziona?

Ancora qualche parola e poi Tobia mi lascia per accogliere alcuni visitatori asiatici della Casa. Quest’anno al Fuorisalone (più che al Salone) la Cina e l’Oriente fanno furore. Prima, però, la promessa di una visita all’azienda che, spero, si tradurrà al più presto in realtà.

Fuorisalone. il tempo, la luce e il design

Al tavolo a cui sono seduta c’è anche Andrea Dotto e ora è arrivato il momento di parlare con lui, gradito ospite di Catellani che qui, in via Ventura 5, è il padrone di casa.

vetro materiale antico

Con il suo Purho (marchio creato a ottobre 2012 da Andrea e da Roberto Fracassetti) viriamo decisamente verso un design contemporaneo che si avvale della firma di Karim Rashid e del mostro sacro Alessandro Mendini e che, inaspettatamente, fa del vetro, materiale antico, il suo cavallo di battaglia. Arriva, rigorosamente lavorato a mano, dalle vetrerie di Murano e di Colle Val d’Elsa (in provincia di Siena).

Mentre parliamo ho negli occhi il ricordo della preview della collezione Kastle e ripenso alla sua monoliticità da diamante che, pochi minuti più tardi, ho la possibilità di toccare con mano.

Andrea mi racconta degli inizi di Purho, dell’esperienza difficile ma stimolante della sua prima Maison&Objet (settembre 2013), dell’esplosione, nella stessa occasione parigina, a gennaio scorso (pare che gli stand di gusto minimal diano maggiori garanzie di successo) e mi accompagna poi attraverso gli ambienti della Casa.

Capisco subito che dovrò fare un secondo giro per scattare le fotografie e riservo il primo alla sola suggestione, all’ascolto e all’ammirazione.

Fuorisalone. il tempo, la luce e il design

Al piano terra mi incuriosiscono, su una mensola, i vasi della collezione Bolle. Mi viene detto che sono lavorati con la tecnica dell’incalmo; questa prevede che due maestri vetrai, uno davanti all’altro, soffino separatamente le due parti di un oggetto (diverse per colore, forma, dimensioni) e le saldino, infine, con un procedimento a caldo.

Andrea mi lascia e viene inghiottito dalla folla dei visitatori. Faccio appena in tempo a ringraziarlo per la gentilezza e la pacatezza delle sue parole. Con questo post esaudisco quanto gli ho promesso.

Sorseggio un bicchiere d’acqua e ripercorro le vie della Casa per catturare qualche immagine (a dirla tutta mangio anche un cioccolatino).

In giro vedo molti oggetti, arredi, lampade. A un certo punto mi accomodo anche su una poltrona; il Fuorisalone sta facendo il suo effetto.

in buona compagnia

In compagnia di CatellaniPurho ci sono Adele-c (è sua la poltrona di cui vi dicevo, insieme agli insoliti arredi nei quali i piedini d’appoggio sono minuscole Thonet n. 14 in metallo), Eclettis, Fiori di Latta (i papaveri rossi illuminati dalle Jackie O di Catellani), Italiana Cucine, Plinio il Giovane.

Fuorisalone. il tempo, la luce e il design

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Nora


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