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architettura in scatola

architettura in scatola

 

architettura in scatola

Sembra che la trasformazione di un luogo, la costruzione di un edificio siano processi infinitamente lunghi e laboriosi. Comunemente si direbbe: si sa quando si comincia, non si sa quando mai si finirà. A volte, però, non è così e l’accelerazione può trovare un innesco improbabile, proprio dove e quando non te l’aspetti. In un terremoto, ad esempio.

Percorrendo in direzione nord la costa orientale dell’Isola del Sud, in Nuova Zelanda, appena superata la penisola di Banks, ci si imbatte nella città di Christchurch. Tre anni fa il suo centro storico, sociale e commerciale fu devastato da una serie di violente scosse sismiche. Polvere, ricordi, abbandono, devastazione sembravano aver calpestato ogni possibile rinascita a nuova vita.

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Solo pochi mesi dopo quel terribile 13 giugno 2011, invece, un nuovo cuore pulsante vedeva la luce. Cellula su cellula, container su container, spazi frementi di persone, cose e colore spuntavano in ogni dove e, incastrandosi a dovere, riempivano il futuro di possibilità, di trasformazione, di opportunità.

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Il principio di sviluppo era questo: prendevi una scatola prefabbricata, arrivata lì per nave, attraverso un lungo viaggio insieme a molte sue compagne, la riempivi di quello che ti serviva – un piccolo ristorante sul mare, un negozio di specialità, uno studio vista passeggiata – e poi cercavi di accostarla a un’altra, seguendo la logica della progettazione per modulo, per unità definita e conclusa che, per godere pienamente della sua autonomia, aveva necessità dell’insieme, dell’aggregazione.

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Lo sviluppo non era però caotico e incontrollato ma sottostava alle regole, piuttosto tradizionali, dell’urbanistica: spazi di rispetto, distanze, visuali, assi. Il nuovo, insomma, era nuovo ma non troppo; contemporaneo ma rispettoso del passato; flessibile, versatile, giovane ma con la vocazione storica del centro, del luogo dove ritrovarsi e far crescere idee e possibilità. E tutto attraverso una catasta di container.

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La storia della rinascita di Christchurch, città di cui, fino a qualche tempo fa, nemmeno sapevo l’esistenza, mi è arrivata addosso attraverso una serie di rimbalzi social. Il 29 aprile scorso, cercando un’idea per un progetto di riqualificazione di uno spazio per attività sportive, avevo postato sulla mia pagina facebook personale questo quesito:

Amici architetti e/o globetrotter, all’appello! Ho bisogno di un aiuto… qualcuno di voi ha in mente un’immagine o un riferimento per un bar/piccolo ristorazione “container” tipo quelli che si vedono qualche volta sui lungomare? Qualche anno fa ne avevo visto uno molto bello a Lisbona (verso la zona di Belem). Qualche idea? Coraggio, fatevi avanti!

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In poco tempo una bella serie di risposte – di colleghi architetti e non – mi avevano fatto scoprire la ricostruzione neozelandese e, in assoluto, fatto abbandonare l’idea di provvisorietà e di incompletezza che ero abituata ad associare al container inteso come semplice scatola per contenere o come baracca asservita a un cantiere edile.

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Ora so che, a partire da un container, si può progettare. Le idee possono, da questo, dipanarsi fino a definire un piccolo mondo complesso dove, insieme all’unità, conta lo spazio di relazione, il collegamento e il tessuto connettivo.

E neanche vi parlo dei colori e delle integrazioni con materiali che non siano il metallo; sono infinite.

Vi lascio alle immagini (che ho abbondantemente saccheggiato da Re:Start) e alle idee che – spero – vi baleneranno nella testa su come combinare questi mattoni da costruzione a grande scala.

architettura in scatola

Nora


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