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bimbi e robot alla Maker Faire

bimbi e robot alla Maker Faire

 

bimbi e robot alla Maker Faire

Che sarei andata alla Maker Faire a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, ve lo avevo accennato brevemente qualche giorno fa sulla pagina facebook del blog.

Confermato l’accredito stampa, avevo messo in carica tablet e macchina fotografica seria e mi ero organizzata per fare della visita una delle mie gite con i bimbi nella quale, a tratti, avrei dovuto trascurarli un po’ per intrattenere le relazioni pubbliche legate a questo mio lavoro alternativo di reporter del design.

La mia esperienza dell’evento è stata diversa da come l’avevo immaginata e, prima di scrivere quanto leggete, ho dovuto riflettere un po’, mettendo a confronto aspettative e realtà.

aspettative per la Maker Faire

Sapevo, da notizie reperite online, che la Fiera è il più grande contenitore mondiale di innovazione derivante non dalla progettazione, dall’elaborazione e dalla produzione da parte delle solite grosse multinazionali, ma dall’iniziativa del singolo, il Maker, che, cervello, materiali e strumenti alla mano, si mette a lavorare di buona lena e da un problema – reale, tangibile, sentito – tira fuori una soluzione – reale, tangibile, sentita.

Sapevo anche che il Maker, per definizione, non è un soggetto (o un gruppo di soggetti) precisamente legato a questo o quell’altro campo d’azione. Il suo ingegno può operare in uno o più settori scientifici e produttivi tradizionali, può farli interferire e dialogare e, magari, iniziare a tracciare nuovi percorsi; il suo esperimento è la scintilla per far avviare un nuovo motore.

Sapevo che alla Fiera avrei trovato gente interessante, spregiudicata, informale, pratica. Gente che ti augureresti di incontrare sulla tua strada quando sei alle prese con un dilemma tecnologico. Nerd della migliore specie, insomma.

Non sapevo, invece, come sarebbe stata organizzata la Maker Faire. Niente occhiate, seppure distratte, alla mappa delle diverse tende, nessun esame dell’elenco espositori. Solo qualche visita alla timeline di facebook dove qualche amico, sporadicamente, postava foto. In queste, densissima, la presenza dei bimbi. Faccio bene, pensavo, a portare i miei.

realtà della Maker Faire

La mattina di domenica 5 ottobre, ieri, sono approdata all’ingresso di viale Pietro de Coubertin un po’ in ritardo rispetto all’orario previsto (l’apertura della Maker Faire era alle 10 e io ero lì un’ora più tardi).

Nei giorni di festa, anche se abbiamo degli impegni, in casa bighelloniamo un po’, perdiamo tempo, ci coccoliamo, facciamo colazione con lentezza. Indugiamo sulla soglia che ci divide dalla fretta cittadina e non ne facciamo un problema.

Arrivo lì, dunque, completa di bimbi (e succhi di frutta e patatine) e attrezzature varie da blogger, e, sfruttando il privilegio del pass stampa, accedo in breve allo spazio espositivo a livello strada. Ammetto con me stessa, francamente, di non capire nulla di ciò che mi circonda.

La folla è estremamente mobile, densa, varia; i bimbi – per mano, in passeggino, in rollerblade, di corsa – sono moltissimi e di tutte le età. La stampa pubblicitaria dell’evento ha incoraggiato per giorni i visitatori a portarli senza problemi. E tutti sembrano aver accolto ben volentieri l’invito.

bimbi e robot alla Maker Faire

In breve comprendo di aver sottovalutato la portata dell’iniziativa e, soprattutto, di dover stravolgere il mio programma iniziale: non più visita professionale, ma tempo dedicato solo a loro, ai miei bimbi, ansiosi di vedere lui: R2-D2, il droide della saga di Guerre Stellari. So che c’è; a rivelarmi la sua presenza, qualche giorno prima, la timeline di facebook di cui vi dicevo qualche riga fa.

Rubo una mappa all’InfoPoint e individuo subito le sue possibili localizzazioni. Ne ho in ballo due ed entrambe sono al livello superiore, nei giardini che abbracciano le calotte dell’Auditorium. Tiro un sospiro di sollievo (soffro un po’ di claustrofobia e l’eccessivo affollamento mi opprime e mi fa paura) e mi avvio per la rampa che sale accanto alla bocca dell’arena centrale.

Su, all’aperto, tutto si rasserena. C’è lo stesso pulsare di attività, fermento, novità delle tende al piano inferiore, ma c’è modo di apprezzarle in una dimensione diversa. La folla è più rarefatta e, per quanto ci si accalchi a guardare e a stupirsi, si riesce facilmente a conservare l’incolumità propria, dei bimbi e dell’obiettivo della macchina fotografica.

bimbi e robot alla Maker Faire

R2-D2, alias C1-P8, pare portarsi bene i suoi 37 anni (se non sbaglio il primo film della saga è del 1977) e gli porgo le mie congratulazioni; è quasi un mio coetaneo. I bimbi chiacchierano un po’ con lui (pare si comprendano) e poi, un po’ a malincuore, si rassegnano a seguirmi all’esterno.

Trascorriamo un po’ di tempo nel parco giochi, mangiamo zucchero filato, assistiamo al volo di un razzo spaziale costruito con una semplice bottiglia in PVC e all’esibizione di una band composta da droidi (la One Love Machine Band).

Poi, con calma, tutti insieme, ci dirigiamo all’uscita.

So di non aver scritto il report ricco e stimolante che avrei immaginato, ma questa è stata la mia esperienza alla Maker Faire. Senza trucco e senza inganno. Aspettiamo la prossima edizione e vediamo.

Nora


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