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passeggiata per Valencia

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passeggiata per Valencia

Con Valencia è andata così.

Intorno alle 18 di un comune venerdì lavorativo, sulla scia della curiosità nata da chiacchiere tra colleghi, ho prenotato, rigorosamente online, volo A/R e due notti in meno di dieci minuti. Un paio di ore più tardi, armata solo di una borsa leggera con qualche vestito e la fotocamera compatta, ero in aeroporto, pronta a lasciarmi alle spalle pensieri e malinconie e a vivere l’ebbrezza che sempre accompagna l’esplorazione del nuovo.

passeggiata per Valencia

L’atterraggio dopo la mezzanotte e l’approdo in hotel una mezz’ora più tardi hanno escluso qualsiasi attività notturna che non fosse la lettura – discontinua, frettolosa, sonnolenta – di una pianta della città rimediata per caso; poi un buon sonno con il sorriso sulle labbra e l’aspettativa per il giorno successivo.

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Di Valencia, fino a quel momento, non sapevo nulla che andasse oltre la sua ottima web reputation e qualche confuso ricordo legato all’America’s Cup e alle ciclopiche architetture di Santiago Calatrava.

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Non sapevo, ad esempio, che me ne sarei innamorata. Perdutamente. Già dal primo giorno in cui, verso le 10 di una mattina calda e assolata, i mei piedi hanno iniziato il loro lungo vagabondare. Non li tenevo più.

A posteriori, credo di aver fatto un grosso errore di valutazione in merito alle scarpe: un paio di sandali flat rosa in camoscio perfetti per completare un outfit declinato nei toni del grigio, del viola e del geranio.

passeggiata per Valencia

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La loro sempiterna comodità (che credevo aver ripetutamente già testato) è stata contraddetta, dopo qualche chilometro di percorso, dalla necessità di acquistare un dispositivo salvavita: il cerotto COMPEED® Vesciche formato medio. La pubblicità recita Adatto per le vesciche più grandi sul tallone. Dona rapido sollievo dal dolore. Favorisce una rapida guarigione e aiuta a prevenire le infezioni. Fidatevi: è tutto vero. Grata e fedele in eterno.

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Il mio passo – una camminata lunga e distesa, non frettolosa – mi ha regalato, fin dall’ingresso nella Ciutat Vella attraverso le Torres de Serrans – merlate e massicce, ma ariose e frantumate, alla vista estiva, da alberi e cielo – la possibilità di affibbiare la misura d’uomo a ciò che via via incontravo: strade, cortine di edifici, balconi, alberi, panchine, pietre.

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Ho provato, a distanza di molto tempo dalla mia ultima volta, il piacere di perdersi e ritrovarsi in un groviglio medievale di strade e, dopo averlo riconosciuto (l’antico, una volta che lo conosci, ti diventa familiare e amico e non lo dimentichi più), mi sono rassegnata alla calma, per me rara e insolita, della passeggiata.

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Ho assaporato i contrasti e ammirato l’armonia della loro soluzione più semplice: l’accostamento e l’affermazione delle differenze attraverso la cura del dettaglio e dell’individualità. Ricchezza e povertà. Nuovo e vecchio. Grande e piccolo. formale e spontaneo.

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Lo confesso prima che vi facciate venire dubbi in proposito: in merito a Valencia non ho da raccontarvi pressoché nulla di storico o che, in qualche modo, possa tornarvi utile come guida operativa per una prossima visita. Per una volta – lo ammetto senza la familiare paura di retaggio liceale – non ho studiato.

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Non ho visitato musei, sono entrata in qualche chiesa solo per poter ammirare la vista privilegiata, a pieno campo, che sempre correda l’architettura di un campanile (e per fotografare la volta da sotto in su, con la fotocamera appoggiata a terra e qualche secondo d’attesa prima dell’autoscatto) e ho preferito esaminare il prezzo del pesce, dei crostacei e dei molluschi in vendita sui banchi dell’affollato Mercado Central.

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Niente di paragonabile a quello con cui sono abituata ad avere a che fare nella Capitale. Roma caput mundi ma, di certo, non caput piscis.

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Non potendo portarmi a casa tutto quel ben di Dio (bagaglio senza dubbio indesiderabile per il volo del giorno seguente) o mangiarmelo crudo lì, seduta stante, ho sublimato gola e altri sensi con del semplice pane dorato e croccante. Una meraviglia.

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Dicevo della passeggiata. Questa rientra, per definizione, nella categoria delle attività da svolgere con la testa un po’ vuota di informazioni e pronta ad accogliere, invece, sensazioni ed emozioni inaspettate. Non contempla una meta ed è difficile trovare un compagno ideale. Per Valencia io l’ho trovato e vi auguro la stessa fortuna.

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Valencia, generosa, offre comunque un’ancora di salvezza agli sfortunati, ai solitari, ai timidi, agli indecisi. Anche a chi non ha familiarità con mappe e navigatori.

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Abbandonato il dedalo della Ciutat si può scegliere infatti di percorrere senza pensieri il vecchio greto del fiume Turia, colmo non più di acqua ma di verde, biciclette, giochi per bimbi, fontane.

Nel 1958, dopo un’ultima, devastante esondazione, il suo corso venne deviato e allontanato dai margini della città, allontanandola dal pericolo ma anche – si deve dirlo – da ciò che per primo fu sorgente per la sua nascita e la sua ricchezza.

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Un percorso di una decina di chilometri, disseminato di architetture eclettiche e popolato dagli spagnoli che vogliono tenersi in forma o, semplicemente, far prendere un po’ d’aria ai bimbi e sgambettare i cani, trova infine il suo traguardo nello scintillante biancore della Ciudad de las Artes y las Ciencias: una catasta di architetture. Vuote.

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Nella mia sosta per un gelato e una bibita ghiacciata (le temperature estive non sono mai d’aiuto per chi visita una città sudeuropea) non ho fatto che tentare una lettura convincente dell’intrico di strutture che – a naso in su – incombevano su di me e filtravano, da terra, la vista sul cielo aperto.

Principiante. Non ci sono riuscita. Ho perso più volte il filo e ho rinunciato.

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Constatato il vuoto, desolante, della maggior parte degli scheletri d’acciaio e cemento, non ho potuto che immaginare un dentro. Lo sforzo si è concretizzato in realtà non appena varcata la soglia, ridicolmente fuori scala (una coppia di piccole porte inserite in una smisurata imponenza d’involucro), del Museo de las Ciencias, l’unico edificio, tra i tanti, aperto al pubblico.

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Ho percorso il lunghissimo atrio, utilizzato gli attrezzatissimi servizi igienici e mi sono adagiata, allungando ben bene le gambe, su un comodo divano in pelle tipicamente lecorbusieriano.

Ho anche acquistato, presso il bookshop del Museo, la mia prima e unica guida alla visita di Valencia. L’ho sfogliata distrattamente e l’ho poi letta, con più attenzione, durante il volo di ritorno. A proposito del fatto di non studiare. Ce l’ho qui accanto, mentre scrivo, ma finora non l’ho degnata nemmeno di uno sguardo.

All’esterno ho fotografato il fotografabile: una scenografia seria, materica, imponente, piena di riflessi (l’acqua su fondo azzurro, estesa ad abbracciare ogni cosa, fa una gran figura) e, immagino, molto dispendiosa. Qua e là ho letto di 300 milioni di euro, ma non so valutare se la cifra sia realistica o meno.

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Calatrava e il suo ponte alle spalle, infine, c’è la sorpresa del mare. Una lunga e ampia spiaggia preceduta dal fronte più articolato e attrezzato del porto che ancora, a distanza di 7 anni, porta i segni delle glorie velistiche. Mannaggia ad Alinghi e al suo equipaggio.

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E lode a David Chipperfield e alle ampie e ariose terrazze del suo Veles e Vents. Un oggetto architettonico perfetto da ammirare in un tramonto marino e da percorrere anche quando, a sera, le gambe iniziano a ricordarti i molti passi della tua intensa e spensierata giornata valenciana.

La paella è la panacea. Il passo assoluto e risolutivo.

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Nora


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